Carte Dixit in formazione: dare voce a ciò che non si dice

Carte dixit per la formazione

 

Quando le parole non bastano

Ci sono momenti di aula che ricordo con una precisione quasi fotografica, anche a distanza di anni. Non per quello che è stato detto, ma per quello che è rimasto sospeso nell’aria — quella sensazione di avere qualcosa da esprimere e non trovare le parole giuste per farlo.

È successo durante un workshop sul feedback in un team di medie dimensioni.
Avevo appena posto una domanda aperta su come ciascuno vivesse la comunicazione all’interno del gruppo. Silenzio. Sorrisi educati. Qualche risposta di circostanza.

Poi ho tirato fuori le carte Dixit.

Ho chiesto a ciascuno di scegliere un’immagine che rappresentasse come si sentiva in quel gruppo in quel momento. Nessuna spiegazione. Solo: “scegliete quella che vi parla di più.”

Quello che è successo dopo ha cambiato il tono dell’intera giornata.

Perché le metafore visive funzionano in formazione

Le carte Dixit non sono un gioco da tavolo travestito da strumento formativo. Sono qualcosa di più sottile: un dispositivo che apre uno spazio simbolico tra ciò che pensiamo, ciò che sentiamo e ciò che siamo disposti a condividere.

Sappiamo da Kolb che l’apprendimento autentico non avviene solo attraverso concetti astratti, ma passa per l’esperienza concreta, la riflessione, la concettualizzazione. Le immagini — evocative, aperte, non univoche — attivano esattamente questo ciclo: prima una risposta emotiva, poi una riflessione, poi la messa in parole.

E forse il punto è proprio questo: spesso non sappiamo cosa pensiamo finché non troviamo una forma per dirlo. L’immagine diventa quella forma.

Le carte Dixit, con la loro estetica sospesa tra sogno e realtà, creano quello che Amy Edmondson chiamerebbe un contesto di psychological safety: uno spazio in cui è lecito esprimersi senza il rischio di essere giudicati, perché si parla “dell’immagine”, non di sé. Eppure si parla moltissimo di sé.

Come usarle concretamente: 3 applicazioni in aula

1. Check-in emotivo all’inizio di una giornata formativa

Stendete le carte sul tavolo (o su un telo a terra, se lo spazio lo consente). Chiedete ai partecipanti di scegliere quella che meglio rappresenta come stanno arrivando in aula oggi.

Ognuno mostra la propria carta e, se vuole, dice due parole. Non è obbligatorio spiegare: basta mostrare. L’effetto è immediato — abbassa le difese, attiva la presenza, crea un clima di ascolto reciproco prima ancora che il lavoro formativo inizi.

💡 Esempio concreto:  In un corso di leadership per middle manager, una partecipante ha scelto un’immagine di un faro nella nebbia. Ha detto solo: “Sto cercando di capire dove sto andando.” Quella frase ha aperto una conversazione su incertezza e ruolo che nessuna domanda diretta avrebbe potuto innescare.

 

2. Esplorazione del tema centrale del percorso

A metà giornata, quando il gruppo ha già una certa confidenza, si possono usare le carte per entrare nel cuore del tema. Alcune domande-innesco:

  • “Scegli un’immagine che rappresenti per te il lavoro di squadra ideale.”
  • “Quale carta descrive meglio la tua relazione con il cambiamento?”
  • “Quale immagine ti fa pensare a un momento in cui ti sei sentito davvero efficace?”

Il lavoro si può fare in coppia, in piccolo gruppo o in plenaria, a seconda degli obiettivi. L’importante è che la condivisione sia sempre volontaria.

3. Chiusura e ancoraggio dell’apprendimento

Alla fine di un percorso formativo, chiedere: “Scegli una carta che rappresenti cosa porti con te da oggi è uno degli esercizi più potenti che conosca.

Non si chiede un’applicazione concreta, un piano d’azione, una lista di buoni propositi. Si chiede una sintesi emotiva — e spesso quella sintesi vale più di qualsiasi questionario di gradimento.

✏️  Esercizio pratico da portare in aula

Distribuite le carte su un tavolo. Chiedete ai partecipanti di scegliere in silenzio, senza parlare con i colleghi, la carta che rappresenta “dove voglio essere tra 6 mesi nel mio lavoro”. Poi, a coppie, si condivide: non si spiega la carta, si racconta il futuro che quella carta evoca. Il partner ascolta senza interrompere per 2 minuti. Si scambiano i ruoli. In plenaria si raccolgono solo le parole chiave emerse.Il risultato è una mappa emotiva del gruppo con cui lavorare per tutto il percorso

 

 

Una piccola nota pratica

Le carte Dixit originali sono un ottimo punto di partenza, ma esistono anche altri mazzi visivi pensati specificamente per il contesto formativo (Saga, Oh!, Cope…). Ognuno ha un’estetica e un’intensità emotiva diversa. La scelta del mazzo non è neutrale: va fatta in base al gruppo, al tema e al momento del percorso.

Quello che non cambia mai è il principio: le immagini fanno emergere ciò che le parole da sole non riuscirebbero a dire.

Per concludere

Ovviamente, le carte Dixit non sono la risposta a tutto. Ma sono uno strumento straordinario per creare quello spazio — un po’ sospeso, un po’ protetto — in cui l’apprendimento può davvero accadere.

La prossima volta che entri in aula con un gruppo che fa fatica ad aprirsi, prova. Stendi le carte. Fai la domanda. E poi resta in ascolto.

Hai già usato le carte Dixit (o strumenti simili) nei tuoi percorsi? Raccontamelo nei commenti — mi piacerebbe sapere come le usi.